2 febbraio 2015

Questa settimana ho continuato la preparazione agli Oscar 2015 con Unbroken, il secondo lungometraggio diretto (e prodotto) da Angelina Jolie.


Premetto che, come per The imitation game, ho deciso di non documentarmi più di tanto, non volevo farmi influenzare da giudizi più o meno autorevoli o dall'immancabile gossip che attorno a una star come la Jolie non manca mai.
E devo dire che la decisione è stata saggia. Non credo avrei apprezzato il film in egual misura se solo avessi saputo più di quanto concessomi: regista, candidature agli oscar, vaga idea del protagonista. 
Il film è una bomba emotiva, non so definirlo meglio. 
Anche qui, come nella pellicola di Tyldum, la storia viene ricostruita lentamente, come un puzzle. I singoli pezzi trovano una continuità narrativa solo grazie a una serie infinita di flashback che tra rissunti marcati e dissolvenze accompagna la visione senza mai interromperla, risultato dovuto anche all'uso di uno spazio dinamico per lo più descrittivo. 
La storia dell'immigrato italiano Louis Zamperini è struggente, impressionante; impallidisco all'idea di trovarmi nei panni di quei fortunati che l'hanno sentita raccontare dallo stesso Louie. 
Il soldato americano ne ha viste di tutte i colori da giovane. Era un teppista, geneticamente ribelle, non per cattiveria, ma appunto per natura. Grazie al fratello ha messo la testa a posto, facendo della corsa la sua valvola di sfogo, il canale in cui rigettare ogni impulso, solitamente aggressivo, derivante dalla sua condizione di emarginato. Poi ha avuto anche le sue rivincite e soddisfazioni. Ma a che prezzo? 47 giorni disperso in mare, 2 anni rinchiuso in un campo di prigionia giapponese, centinaia di giorni senza cibo e altrettanti di tortura, percosse e violenze sia fisiche che psicologiche.  
Eccezionale la prova dell'inglese Jack O’Connell nei panni di Louie: in molte inquadrature l'intensità dello sguardo e la durezza di alcune espressioni hanno ben fatto intendere la tenacia di Zamperini, senza nulla togliere alla sua umanità. 
Notevole anche l'interpetazione dell'irlandese
Domhnall Gleeson, penetrante, così cupo e distaccato, neanche mi è venuto in mente fosse lo stesso Gleeson di Harry Potter e i doni della morte. 
Il migliore però credo sia l'impensabile Takamasa Ishihara, il musicista poliedrico noto col nome d'arte Miyavi. Dotato di un magnetismo quasi irreale, l'artista nippo-coreano ha vestito perfettamente i panni di un tremendo aguzzino, tanto truce quanto insicuro, un uomo inetto e succube, si percepisce, di un padre padrone sempre presente.

Posted on lunedì, febbraio 02, 2015 by Unknown

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26 gennaio 2015

8,8 secondi. Questo è il tempo che, secondo uno studio del National Citizen Service (il programma britannico che offre ai giovani formazione e lavori di volontariato), viene impiegato dagli esaminatori per valutare un curriculum vitae.
La notizia rimbalzata dal Regno Unito alla 27esimaora.corriere.it è piuttosto deprimente e non voglio dilungarmi spiegando i motivi che immagino in molti deducano. Voglio però sfruttare la notizia per riportare i risultati di un esperimento che ho iniziato qualche mese fa, proprio con l'obiettivo di capire se e come vengano letti i curriculum inviati in risposta agli annunci di lavoro pubblicati online.

Che il tempo dedicato alla visione dei CV fosse infinitamente poco si sapeva. Forse però, non così poco. Ricordo infatti che all'ultimo Career day organizzato dall'Ufficio Job Guidance dell'Ateneo di Trento per i partecipanti al Lifelong learning programme 2013, si parlava di un minuto scarso, forse mezzo. Una manciata di secondi come unica chance per lasciare il segno. Arduo in effetti; ancor di più se la carta da giocare è quell'unica facciatina di foglio A4 ammessa, purché non sia in formato europeo! Deve avere poco testo, una foto personale (e anche qui i pareri degli esperti recruiter sono contrastanti) ma né troppo informale né in stile fototessera. Il CV deve essere accattivante, con un layout originale, colori discreti ma d'impatto, e con un font professionale.


Wow. Quante pretese per un'unica cartella word, non trovate? Eppure è così che le sorti di giovani laureati poliglotti con almeno un'esperienza di studio e/o lavoro all'estero vengono determinate, con un'occhiata di neanche 10 secondi su un A4. Se piace bene, altrimenti...

Confrontandomi con altri giovani italiani in cerca d'occupazione, precari e non, ho cercato di capire se anche per loro tutto fosse riconducibile all'appeal del résumé e di conseguenza al tempo di lettura. Queste le tre opinioni più condivise:
1. “I CV non vengono letti”
2. “Sanno già a chi dare quel posto”
3. “Pescano i CV a random”

Da qui è partito il mio esperimento. Non avevo assolutamente modo di confermare le ipotesi dei miei intervistati, perciò ho provato a smentirle. Riprendendo tutti i criteri di cui sopra, ho cercato di creare il curriculum perfetto, traendo spunto da social come Pinterest e Tumblr o dai servizi web per l'upload e la condivisione di presentazioni e portfoli come Slideshare e ISSUU, e anche sbirciando i siti di professionisti nell'ambito della comunicazione visiva come grafici, fotografi, designer e architetti. L'ho costruito basandomi su un target ideale individuato tra il marasma di posizioni aperte rintracciabili in rete: agenzie di comunicazione, redazioni locali, agenzie pubblicitarie e di organizzazione eventi, associazioni culturali poliedriche, uffici di marketing e comunicazione di aziende private operanti in settori per mia competenza interessanti. E ho quasi stolkerato i responsabili risorse umane di molte NGO attive in Italia e Europa, contattandoli via mail e connettendomi alle loro reti.


Partorita la creatura, ho deciso di inserirvi un errore, in modo da provocare la reazione delusa del selezionatore inizialmente catturato dal mio impeccabile biglietto da visita.


Ho portato avanti l'esperimento per tre mesi, da ottobre a dicembre 2014.
Ad oggi, solo 2 delle 23 candidature inoltrate hanno avuto risposta ed entrambe sono state negative. C'è di più: K.C., project manager di un'agenzia di marketing e comunicazione che opera nel settore della ristorazione, ha così risposto alla mia application:
“Thank you for showing interest in …........! As you know, recruitment is mostly about first impressions. I would like to give you a hint that may help you in the future job search - are you sure html6 exists? :)”

La reazione e il risultato che speravo. Ho ricontattato il gentilissimo K.C. per illustrargli l'esperimento e sono contenta si sia dimostrato particolarmente entusiasta e curioso dell'esito. La sua dritta è servita più che altro a confermare l'importanza della prima impressione, quella del pezzo di carta a cui chiediamo più di quanto dovremmo.


A pensarci bene però, tra leggere, scovare l'inganno e scrivermi una mail K.C. avrà impiegato ben più di 8,8 secondi, che dite?

Quanto alle altre 21 candidature, come mai non hanno ricevuto alcun riscontro? Mi vengono in mente quattro possibili motivi:
1. “I CV non vengono letti”
2. “Sapevano già a chi dare quel posto”
3. “Il mio CV non era tra quelli pescati”
4. “Hanno trovato l'errore”

Posted on lunedì, gennaio 26, 2015 by Unknown

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25 gennaio 2015

Ho iniziato con Alan Turing la mia preprazione agli Oscar 2015.
Conoscevo la trama del film a grandi linee e quasi per nulla la storia del protagonista matematico e crittografo inglese che da dietro le quinte ha letteralmente tirato le fila della seconda guerra mondiale. 



Il film ricostruisce con una serie di flashback i 41 anni di vita di Turing, un uomo introverso, strambo come molti matematici, poco attento e sensibile alle convenzioni sociali e con un grande segreto da custodire. Benedict Cumberbatch, che conoscevo già per il ruolo di Scherlock nell'omonima serie tv, ha vestito i panni di Turing in modo a dir poco superlativo, riuscendo a far percepire la problematica personalità del genio britannico, così come descritta nel romanzo di Andrew Hodge a lui dedicato Alan Turing. Storia di un enigma. 
Non si tratta di un film storico o di guerra, o almeno non solo. Direi che il regista norvegese Morten Tyldum, con alle spalle nove anni di attività, abbia voluto alzare il tiro con questa pellicola, cercando di creare un film intenso che, attraverso la vera triste storia di un genio, pone davanti a dilemmi morali ed etici, legati alla xenofobia, all'omosessualità, al patriottismo, alla fiducia, tutti attualissimi sulla scena sociopolitica nazionale e internazionale.
La piacevole visione del film non è dovuta alla trama, già scritta e vissuta, quanto al montaggio, ricco di scene eterogenee, molte silenziose, rallentate da lunghe pause per lasciare voce agli sguardi, molte a camera ferma e pochissime in soggettiva per esasperare tratti della narrazione. Questa nomination agli oscar, una delle 8 accumulate, è per me la più meritata. 
The imitation game, titolo curioso, anche un pò fuorviante, lascia insindacabilmente il segno nello spettatore più sensibile; è commuovente, delicato e allo stesso tempo potente, anche grazie alla fotografia che alterna toni caldi e freddi, sempre molto scuri, molto saturi, eppure quasi ovattati dietro un filtro grigio fumé tipicamente inglese.
Vi sorprenderete a ridere e a piangere nel giro di pochi minuti, altalenando tra frustrazione e suspance in attesa di una rivincita postuma per il brillante Alan Turing.

Posted on domenica, gennaio 25, 2015 by Unknown

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24 gennaio 2015

Mason ha 8 anni, vive con la madre Olivia e la sorella Samantha. E' un bambino introverso a cui non piace parlare più del necessario; è ubbidiente, un pizzico birbante, e ha una grande dote: osservare. Stando con la madre ha imparato a comprendere i suoi sguardi e i suoi stati d'animo, soprattutto ha imparato a capire quando un uomo entrerà a far parte della sua vita.



A 20 anni Mason arriva al college con un bagaglio di esperienze personali che bastano a colmare una vita intera. E' cresciuto con due genitori separati, con una sorella esibizionista e impulsiva, con due patrigni dediti all'alcol, uno zaino sempre pronto per il prossimo trasloco, un padre che ha messo la testa a posto grazie alla nuova famiglia cattolica, una madre che ha raggiunto ogni sua ambizione fino a temere che i suoi successi fossero solo l'inizio della sua fine.
Boyhood è tutto questo, si potrebbe dire il classico film da venerdì sera, da guardare con tutta la famiglia. Non ci sono colpi di scena, né stranezze che la routine della vita di un adolescente non metta già in conto. La visione scorre rapida, senza cali d'attenzione; il tempo è così fluido eppure ben ricostruito che neanche ci si ferma a riflettere sul come mai il Mason 15enne abbia gli stessi tratti del Mason tenero e timido di sei anni prima. Come mai? Perché Mason è sempre Mason, lo stesso Mason.
Nel 2002, con il titolo provvisorio The twelve years project lo stesso regista Richard Linklater anticipò la volontà di realizzare un lavoro costruito a passo col tempo, in cui la crescita dei personaggi corrispondesse alla crescita dei loro interpreti nel continuo scorrere degli anni.
L'impegno che Linklater e lo staff hanno dedicato al progetto è impressionante, una volta l'anno, per ogni anno dal 2002 al 2013, tutti si sono riuniti per girare una piccola parte di Boyhood.
Ellar Koltrane, per la seconda volta sotto la direzione di Linklater, è stato bravissimo, genuino, convincente e sobrio nell'interpretare se stesso, anzi un suo possibile coetaneo. Molto brava anche Patricia Arquette nel ruolo della madre Olivia, con lo sguardo sempre intenso, le rughe del tempo a supportare i dispiaceri passati e la maturità acqusita come madre, donna e persona. E' stata bravissima a dare la stessa intensità a un'interpretazione frammentata per scelte di realizzazione. Davvero un'ottima prova la sua, come ottimo è il risultato finale: il film in sé non ha intenzioni particolari, forse, se non quella appunto di sperimentare qualcosa di nuovo dal punto di vista della regia e delle tecniche di realizzazione, eppure invita a riflettere sul tempo, su quanto rapidamente scorra, su come le persone cambino nell'agire e nel pensare anche per effetto delle nostre azioni e decisioni.
Boyhood è un film tenero ed emozionante che mostra ma non interpreta la visione della vita attraverso gli occhi di un bambino, il bambino che noi tutti siamo stati e che ci accompagna silenzioso ogni giorno della nostra vita.

Posted on sabato, gennaio 24, 2015 by Unknown

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22 gennaio 2015

Tornando da Trieste sono entrata a Monfalcone percorrendo via Romana. Superate le casette dopo la farmacia e proseguendo verso il centro ho visto, all'altezza del vecchio passaggio a livello, una roba ufo che attraversava abbastanza lentamente.

Era a una distanza di 150-200 metri e anche se sono sempre più orba una "cosa" di quelle dimensioni non poteva sfuggirmi.
"E quella che bestia è?" ho detto a voce alta e un pò schifata.
Vedevo solo dei timidi luccichii provenire da una massa bianca e nera.
Andando avanti, la cosa e i colori si sono delineati. Ho oltrepassato il punto critico guardando ben bene l'oggetto di tanto spavento. Non capivo.
Dopo un centinaio di metri ho fatto inversione per tornare indietro e guardare meglio. Arrivata all'altezza giusta ho scrutato ancora, schivando i due uomini che cercavano di coprire la cosa.
Altri cento metri e poi di nuovo indietro.
A questo punto ho accostato, sono scesa e molto, molto cautamente mi son avvicinata.
"Senta, salve, scusi...ma...che cos'è?"
I due hanno stentato un "Buonasera"; il più mingherlino è rimasto in silensio tenendo in mano un aggeggio dotato di torcia, forse un cellulare, non so.
L'altro, uomo bruno, incappucciato, barbuto e con gli occhiali, ha detto: "Un'auto telecomandata".
Azz! Auto telecomandata...
Mi son avvicinata ancora un pò, sempre con rispettoso timore e ho osato un: "Porca miseria che figa!"
Il ghiaccio era sciolto!

BMW X6 per bambini, acquistata a Palermo in un negozio di giocattoli; stando a una breve ricerca online venduta alla modica cifra di 256 euro (almeno); tre velocità, dotata di lettore mp3, telecomandata, controllo ruote posteriori e anteriori, pilotabile da bambini posti su sedile con cintura di sicurezza.
Queste tutte le informazioni che sono riuscita a carpire in un paio di minuti.
Bella davvero! Ma ne fanno anche per galline? No, perchè nel caso...una follia per Carmelina e Juanita potrei anche pensare di farla.

Posted on giovedì, gennaio 22, 2015 by Unknown

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Entro il 22 febbraio mi riprometto di vedere almeno tutti i candidati a miglior film dell'87esima edizione degli Oscar.
Nel frattempo mi sottometto senza replica alla scomoda programmazione del Kinemax di Gorizia e scrivo le mie impressioni sell'ultimo film che ho visto in una delle sue tre sale, Big Eyes.



Ho deciso di andare a vederlo quasi solo ed esclusivamente perchè dal treiler non potevo credere si trattasse di un film di Tim Barton. Decisamente troppo luminoso, nessun attore feticcio, non un cenno al surreale o fiabesco, anzi tratto da una storia vera, quella di Margaret Keane (interpretata da Amy Adams), donna ancora in vita.
Riconosco, ammiro e al contempo impallidisco davanti alle sue gotiche scene distorte di richiamo espressionista, ma in Big Eyes non mi sono mancate.
La bellezza diafana di Krysten Ritter (Dee-Ann) o di Madeleine Arthur (la figlia teenager Jane), come alcune smorfie di Christoph Waltz (Walter Keane) sono però segni chiari di un Barton che tira le fila di questa vicenda romantica e di rivincita.
La storia di una donna separata, madre single, alla ricerca di un nuovo inizio nella San Francisco di fine anni '50 è di per sè struggente, e lo diventa ancor di più quando l'irreale perfezione del secondo amore si svela per quello che è, un enorme errore.
Il plagio subìto sia professionalmente che mentalmente dura diversi anni nei quali Margaret si isola, mentendo agli amici, alla figlia e a se stessa. Tra l'essere ingannatrice e l'essere ingannata sembra quasi lei soffra principalmente la prima condizione.
Quando scappa alle Haway e rompe la relazione con Walter non è sufficientemente forte da strapparsi al subdolo rapporto lavorativo, definitivamente sciolto tempo dopo grazie a una battaglia legale.
I 106 minuti scorrono rapidi, non ci sono tempi morti né picchi bassi; i primissimi piani sono stupendi, profondi ed esaustivi anche se la fotografia non eccelle...forse si potevano accentuare saturazioni e luminosità cromatiche di alcune inquadrature (vedi parcheggio nella fabbrica di mobili).
Direi proprio che è un Tim Barton da non perdere, diverso dal solito ma pur sempre Tim Barton.

Posted on giovedì, gennaio 22, 2015 by Unknown

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20 gennaio 2015

La mia famiglia ha da poco dato un appartamento in affitto a due coppie bengalesi. I due capi famiglia, fratelli operai che lavorano nel monfalconese, sono molto piccoli di statura, gentili nei modi, timidi e impacciati con la lingua, ma capaci di farsi capire, seppur con fatica,
Per cambiare residenza i due fratelli hanno dovuto recarsi in questura, accompagnati da un proprietario dell'immobile. 
Mia madre quel giorno era con loro. 
Ha assistito ai maltrattamenti verbali cui sono stati sottoposti. Ha sentito le intimidazioni urlate loro. Ha risposto stizzita alle domande del poliziotto che chiedeva prove della regolare ospitalità e ha visto in seguito lo stesso agente stracciare i documenti presentati dai due uomini dopo aver appurato la già avvenuta archiviazione della pratica. 
Mia madre li ha poi accompagnati all'anagrafe per procedere con il rinnovo del permesso di soggiorno. Mentre attraversava la strada ha notato posare su di lei e sui due uomini parecchi sguardi di varia natura. 
"Sai perchè ti guardano?" Gli ha detto uno dei nostri affittuari, il maggiore dei fratelli.
Mia madre, forse ingenua o forse incredula, ha chiesto "Perchè?"
"Perchè tu sei bianca...e sei con noi"
Io non ero presente, me l'ha raccontato mia madre al telefono un paio d'ore dopo l'accaduto. 
Mi sono sentita inerme, affranta; dopo la commozione ho provato profonda vergogna. 
Una comunità del genere non mi appartiene. Io non le appartengo. 

Posted on martedì, gennaio 20, 2015 by Unknown

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