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25 febbraio 2015

Una stroncante febbre a più di 38 mi ha impedito di seguire lucidamente la notte degli Oscar per la quale da settimane avevo prenotato il divano, con posto riservato fronte schermo, poggia braccio a sinistra per blocco appunti e penna, alternando a disposizione smartphone e/o pc con cui twittare, facebookare e postare on my blog.
Tutto saltato, ma grazie a YouTube sono riuscita a recuperare lo spettacolo intero, pur concedendomi qualche intermezzo ronfante come effetto della dose da 1500 mg di tachi al giorno.  Puff.

Bene, direi spettacolo d'apertura carino e simpatico sebbene in stile musical, genere che non apprezzo affatto. Bravò a Neil Patrick Harris, Anna Kendrick (vi ricordate Jessica, l'amica rompi di Bella Swan in Twilight?) e a Jack Black, lui è impossibile dimenticarlo!
Bellissima durante la prova di canto la proiezione a fondo palco degli attori candidati, un bel tributo anche per coloro rimasti a bocca asciutta.
Andiamo al palcoscenico, allestimento dai colori caldi, tra l'oro della statuetta a il rosso del carpet, molto natalizio.
Si entra subito nel vivo con l'assegnazione del premio al miglior attore non protagonista. Lupita Nyong'o, insignita dello stesso premio per 12 anni schiavo, miglior film 2014, fa una piccola gaffe: vuole consegnare "l'attore" anzichè l'oscar. Che carina! Supera subito l'imbarazzo, giusto in tempo per lasciare il microfono ai ringraziamenti di J.K. Simmons, il severissimo professore di Whiplash.

Dopo la performance di Adam Levine, frontman dei Maroon 5, con Lost stars, candidata come miglior canzone per Beginnig Again di John Carney, arriva il secondo premio, italianissimo! Tocca a Milena Canonero la statuetta per i migliori costumi in Gran Budapest Hotel. Elegante, sobria, umile come sempre, un simil trench nero oltre il ginocchio, pantaloni neri ma brillanti, una camicia bianca appena visibile e un unico tocco di colore rosso sulle scarpe. Poche parole pronunciate a mezza voce, tutte di ringraziamento per il regista Wes Anderson, occhi lucidi e tanta emozione, mista quasi a paura per quel microfono a cui non è abituata.

Il sipario non cala e sul palcoscenico appare una candida Reese Witherspoon pronta a consegnare la seconda statuetta allo staff di Grand Budabest Hotel, questa volta come miglior trucco a Frances Hannon e Mark Coulier.

E' la volta di Nicole Kidmann e Chiwetel Ejiofor (protagonista di 12 anni schiavo) per la consegna dell'Oscar che l'anno scorso, tra molte critiche, toccò a La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Un anno dopo lo vince Ida diretto dal polacco, loquace ed emozionatissimo Pawel Pawlikowski che a stento lascia il palco colto da una improvvisa frenesia da ringraziamento.

Arriva poi il secondo stacchetto musicale con Everything is awesome, canzone del The Lego movie cantata da Tegan and Sara feat. The Lonely Island - personalmente non capisco come possa aver guadagnato una nomination, fattostà...

Rimaniamo sui film stranieri, questa volta i cortometraggi. La statuina d'orata tocca a The phone call di Mat Kirkby, corto inglese del 2013 realizzato in low/no budget cui segue a ruota il corto documentario Crisis Hotline: Veterans Press 1 dietto da Ellen Goosenberg Kent.

Gwyneth Paltrow presenta la terza delle cinque candidate alla miglior canzone, I'm not gonna miss you di Glen Campbell in I'll be me.
Da questo momento in poi l'atmosfera si fa decisamente più calda e si sentono avvicinarsi i premi più prestigiosi. Lo si capisce dalla grandissima messa in scena di Neil Patrick Harris che si lancia in una apprezzabilissima parodia di Birdman che prende in prestito il giovane batterista di Whiplash. Ed è proprio al film di Damien Chazelle che va l'Oscar per il miglior sonoro ad opera di Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas Curley, mentre il premio "cugino" il miglior montaggio sonoro va a Alan Robert Murray e Bub Asman per American Sniper.

Jared Leto calca il palcoscenico con il suo ormai consueto look da Jesus Christ superstar -dove la parte da superstar la fa tutta il completo griffatissimo che indossa per l'occasione. L'ex miglior attore non protagonista sta volta consegna la stessa "statuetta al femminile" a una ciecata Patricia Arquette per il suo ruolo in Boyhood. Inforca subito gli occhiali da presbite per riuscire a leggere tutti i ringraziamenti custoditi nella pochette da gala. E con gran sorpresa riserva la chiusura a tutte le donne d'america, invitandole a combattere per farsi valere e per vedere riconosciuto ogni pari ed egual diritto.

Mentre Robert Duval si chiede perché Neil Patrick Harris abbia chiesto di svegliarlo ogni 5 minuti, Diane Warren canta Grateful di Beyond the Lights, altra candidata miglior canzone.
Ma eccoci pronti al successivo Oscar per gli effetti speciali, meritata statuetta a Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott Fisher per Interstellar.

E' il momento del miglior corto d'animazione, primo Oscar a Patrick Osborne per Feast, seguito dal fratello maggiore Oscar per il miglior film di animazione a Big Hero 6, diretto da Don Hall e Chris Williams.

Arriva poi la terza statuina per Grand Budapest Hotel come miglior scenografia ad opera di Adam Stockhausen, e subito arriva anche la prima delle 9 statuette di Birdman. Per la seconda volta consecutiva Emmanuel Lubezki vince il premio per la miglior fotografia. Nulla di ridire sul serio, anche se un pò tifafo per Unbroken.

A Meryl Streep l'onore di introdurre il consono "in memoriam" omaggio a tutti gli attori, autori, sceneggiatori e professionisti dell'industria cinematografica persi durante l'ultimo anno. Dopo questo momento toccante Naomi Watts e Benedict Cumberbatch riportato in auge gli animi e consegnano l'Oscar al miglior montaggio a Tom Cross per Whiplash.

Con lo stesso passo spedito Jennifer Aniston e David Oyelowo presentano i candidati al miglior film documentario, premio vinto da Citizenfour sotto la regia di Laura Poitras e dopo un breve break pubblicitario ecco l'ultima delle candidate a miglior canzone: il palco del Dolby Theatre riapre con John Stephens e Lonnie Lynn che intonano Glory di Selma - La strada per la libertà. Una performance intensa, profonda e commovente che ha fatto alzare in piedi l'intera sala, platea e gallerie comprese. Dopo neanche un paio di minuti ecco i due musicisti tornare sul palco a ritirare la stra stra stra meritata statuetta d'oro!

Un'insospettabile Lady Gaga, pulita, elegante, sobria e professionale, letteralmente irriconoscibile in un abito da Cinderella, ha riportato in piedi l'auditorium con un personalissimo tributo a Julie Andrews, che molti ancora ricordano nei panni di Mary Poppins o della tata di Tutti insieme appassionatamente. L'attrice britannica, con oltre 60 anni di carriera in attivo è poi salita sul palco visibilmente commossa, pronta ad assegnare l'Oscar per la miglior colonna sonora. Ed ecco arrivare la quarta statuina per Gran Budapest Hotel, premio ritirato dal compositore francese Alexandre Desplat, candidato per lo stesso riconoscimento anche con The Imitation Game.

A un serissimo e rigido Eddie Murphy tocca la consegna dell'Oscar come miglior sceneggiatura originale. Anche qui a contendersi sono dei big, ma la meglio ce l'ha il favoritissmo Birdman, che conta già due statuine al seguito. Il fratellastro del premio, l'Oscar per il miglior sceneggiatura non originale, passa dalle mani di Oprah Winfrey a quelle di Graham Moore per l'adattamento di The Imitation Game. Un discorso raffazzonato il suo, sincopato, privo di ossigeno, a cui certo non serviva inserire il triste riferimento a un passato tentativo di suicidio in età adolescenziale.

Ci siamo quasi, gli ultimi quattro riconoscimenti stanno per essere assegnati e l'amosfera è carica. Ben Affleck, più cupo e meno barbuto del solito sputa quasi subito il verdetto e Alejandro González Iñárritu deve tornare di gran carriera sul palco. Ecco anche la terza statuetta per Birdman, miglior regia.

Cate Blanchette impeccabile come sempre, in un lungo abito nero padroneggia il palcoscenico con il suo sguardo magnetico. Eccola mentre urla di getto quel nome. Eddie Redmayne vince l'Oscar come miglior attore protagonista per La teoria del tutto.
Il testimone passa a un super sexy Matthew McConaughey che assegna a Julianne Moore l'Oscar come miglior attrice protagonista in Still Alice.
La serata volge al termine e Neil Patrick Harris torna al suo posto per aprire la busta con i suoi pronostici. Ruba la scena solo per una manciata di minuti, prima di lasciare il palco a un mostro del cinema hollywoodiano, Sean Penn. E' lui che richiama Iñárritu, la produzione e il cast sul palco. Birdman si aggiudica anche la quarta statuetta rimasta. Birdman è il miglior film dell'anno.




Posted on mercoledì, febbraio 25, 2015 by Unknown

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24 febbraio 2015

Riggan Thompson, il noto e stra passato interprete del supereroe Birdman cerca di togliersi maschera e piume del vecchio personaggio attraverso una prova più ardua, che decide di compiere sul temuto e ambito palco di Brodway. Dal racconto di Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore" che Riggan riadatta, dirige e interpreta, non può che derivare il futuro della sua carriera: potrà essere un pesante capitombolo oppure una stupenda rinascita, la conferma di un talento mai riconosciuto in quanto tale.


Devo ammettere che prima di vedere Birdman ho voluto aspettare la cerimonia degli Oscar. non capivo cosa potesse avere di così speciale un film come questo rispetto a quello che personalmente reputo un magistrale esempio cinematografico e a cui ho personalmente conferito il mio personalissimo Oscar come miglior film; sto parlando di Selma
Eppure, dopo la visione di Birdman ho dovuto ricredermi. Il mio Oscar da lì non si muove, sia chiaro, però devo dire che Iñárritu e il suo cast imperiale -come lo ha definito Mereghetti alla prima del Festival di Venezia- non hanno rubato un premio immeritato. Michael Keaton (Riggan Thompson), Edward Norton, Emma Stone, Zach Galifianakis, Andrea Riseborough, Amy Ryan e Naomi Watts hanno contribuito alla riuscita di questa pellicola, prestandosi a una prova ambigua, a tratti comica, poi drammatica. Ciò che colpisce in primis è la costruzione del film. Lo avete notato? Tutto appare come se lo vedessimo con i nostri stessi occhi, interrotti dal solo battito ciliare. Eppure non si tratta di un solo piano sequenza. Ce ne sono diversi, uniti poi con dei trucchi post produttivi che a una prima visione sfuggono. Ci sono lunghe e ferme inqudrature sui corridoi dei camerini, rapide soggettive, spostamente di macchina - che panoramiche non sono - musica prima extradiegetica, poi diegetica poi ancora fuori campo e di nuovo in. La fotografia è impeccabile, ad opera dell'ingordo Emmanuel Lubezki che lo scorso anno vinse l'Oscar per la miglior fotografia con Gravity di Alfonso Cuarón, premiato come miglior regista.
Al di là della tecnica di realizzazione è la trama che non quadra. C'è questo supereroe che cerca una qualche forma di riscatto, più come attore che come uomo/padre/marito; teme il giudizio severo, anzi distruttivo, di una critica fatta per etichette, superficiale e a cui non importa conoscere i retroscena, le storie personali, la fatica e l'impegno di quegli interpreti che con una recensione sul New York Times potrebbero finire sul baratro o vedere l'apice delle proprie carriere.
In mezzo al dibattito tra industria hollywoodiana e impegno autoriale trovano spazio i drammi di persone qalunque: il desiderio irraggiunto di diventare mamma, l'impotenza, la tossicodipendenza, le cause legali, i costi di un'opera teatrale, un matrimonio fallito, una figlia perduta, il successo e il potere conteso e conferito prima dalla critica degli élite e poi dai social del popolo.
A fare da filo conduttore ci sono le nevrosi di Riggan che vagamente ricordano quelle di Nina de "Il cigno nero": sente la presenza ingombrante, incessante di quell'uccello che ha segnato la sua carriera, come una voce costante nella sua testa che, assieme alla pressione e alle aspettive per lo spettacolo, non fa altro che destabilizzare l'equilibrio precario del protagonista. E' così comprensibile, o quasi, il gesto inconsulto cui ripiega Riggan durante la prima teatrale, ma di certo non si spiega la comparsa di poteri paranormali che, anzi, toglie quel tratto di umanità e autenticità al film.

Posted on martedì, febbraio 24, 2015 by Unknown

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22 febbraio 2015

L'umanità sta per scomparire. La terra è in balia di una piaga che colpisce le più comuni colture, la popolazione soffre la fame e a stento sopporta l'aria satura di polveri e sabbie.
Di questo quadro tragico fa parte una società terrorizzata che rinnega le missioni Apollo etichettandole come strategica propaganda per distruggere il nemico (i russi) e che ripiega ogni elemento sull'agricoltura, andando così a scapito di ogni possibile avanzamento nel campo della ricerca fisica, spaziale o ingegneristica.
La soluzione esiste ma rimane una teoria nelle menti di brillanti scienziati della NASA che in incognito, in questi anni di negazionismo, hanno continuato a lavorare in laboratori sotterranei nascosti a pochi km di distanza dalla casa dell'ex pilota Cooper. Saranno lui e, inaspettatamente, sua figlia a salvare l'umanità da una fine certa.


Non è un film di fantascienza qualunque questo dei fratelli Nolan. Sì perché oltre alla relatvità del tempo, alle realtà pentadimensionali e alle equazioni di meccanica quantistica viene introdotta un'interessante variabile dal possibile valore scientificamente quantificabile: l'amore.
Il tutto è costruito in maniera abbastanza classica per il genere di film:

  • c'è un problema che vede la Terra e i suoi abitanti in pericolo - check!
  • un manipolo di scienziati è disposto a partire per il bene comune - check!
  • la missione comprende una serie di esplorazioni di ricognizione e altre in avanscoperta - check!
  • si palesano dei problemi prontamente risolti e alla fine l'eroe torna a casa - double check!
  • L'amore è forse il più grande colpo di scena del film che in effetti alla fine risulta un pò ridondante, ma non deludente; infatti per tutti i 163 minuti di proiezione viene contrapposto il bene della specie umana a quello del singolo, parallelamente l'amore per la propria razza versus l'amore filiale. Matthew McConaughey nel ruolo del protagonista ed eroe non convince particolarmente, almeno non tanto quanto la superba Jessica Chastain nei panni della figlia ribelle cresciuta percorrendo le orme del padre, o la collega Anne Hathaway nel ruolo di Amelia, la fredda dottoressa, figlia dell'ideatore della spedizione, tanto legata ai principi scientifici quanto schiava di quell'idea dell'amore che da quache parte e per qualche motivo deve poter essere denaturato della sua dimensione e definizione prettamente emotiva, per essere elevato a uno status più nobile e strumentale, appunto scientifico.
    Una congettura originale, come originali sono alcune visioni spaziali, o anche la ricostruzione della stanza della piccola Murph in un unica dimensione in cui convergono varie porte temporali, che lo stesso Cooper utilizzerà come ponte di comunicazione.
    La musica è ricca di pathos e i continui flash di luce e buio, che fanno solo intravedere Cooper mentre attraversa la galassia in cerca di un segno di quanto capiterà, danno un senso di suspance che purtroppo nel resto della visione manca.




    Posted on domenica, febbraio 22, 2015 by Unknown

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    20 febbraio 2015

    Questa recensione la scrivo con le lacrime ancora umide sulle guance. Selma - la strada per la libertà è il mio vincitore indiscusso degli Oscar 2015.
    Il film narra i fatti del '65, quando Martin Luther King Jr usava le marce come potere di negoziazione. Il tiro alla fune tra l'attivista e il politico, l'allora presidente Lindon Johnson, spesso si riassumeva con una protesta pacifica bloccata con violenza, spesso vedeva vittime innocenti, e sempre smascherava la folle xenofobia razzista di una società malata, storicamente lontana dalla nostra eppure così simile. Ben poco è cambiato. Ben poco abbiamo imparato.


    Selma è un capolavoro di storia contemporanea- genere che in questa edizione è stato molto apprezzato -arricchito da immagini di repertorio che avvalorano il potere documentaristico e azzarderei didattico del film.
    Sotto la direzione di Ava DuVernay, incomprensibilmente assente tra i registi candidati agli Oscar, la pellicola ricostruisce l'integrità morale di King, pastore protestante, marito, padre di famiglia, leader convinto alla guida di un popolo ingiustamente sottomesso e destinato a continui soprusi.
    Non aspettatevi di vedere una biografia tra tante, ricca di retorica condita da luoghi comuni. Piangerete nel vedere gratuite violenze, non capirete l'origine di tanta cattiveria, vi arrabbierete per le ingiustizie subite con dignità e vi vergognerete di essere bianchi come le mani del lurido assassino di Jimmie Lee Jackson e dei picchiatori di quel 7 marzo 1965, la domenica di sangue.
    Nei 120 minuti di Selma vedrete condensate le trattative e le strategie maturate in lunghissimi mesi, unite alle personali inquietudini dei personaggi che vi presero parte, i dubbi sul senso e sugli scopi delle loro azioni, prima tra tutte la marcia lungo Edmund Pettus Bridge per poi proseguire quegli 80 km che separavano Selma da Montgomery, 80 km da percorrere per la libertà.
    La bellezza del film non prescinde dalla regia né dalla sceneggiatura esemplare ad opera di Paul Webb (lo stesso di Lincoln) o dalla performance di David Oyelowo nei panni di King, eppure
    nessuno di loro è tra i potenziali vincitori delle rispettive categorie in gara per l'87esima edizione degli Oscar. Un vero peccato.

    Posted on venerdì, febbraio 20, 2015 by Unknown

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    19 febbraio 2015

    Alice Howland è una rinomata docente della Columbia University di New York. Intraprendente donna dalla carriera affermata, bella e decisa, emana sicurezza e successo a ogni parola che dice, a ogni passo che fa. Un marito fedele, una bella casa, una primogenita laureata in legge, il mezzano in medicina e la terza, la più testarda e ribelle, ancora intenta a rincorrere la celebrità del palcoscenico, nonostante il disappunto dichiarato della madre.
    Il quadro familiare, banale se vogliamo, appare comunque precario. Alice non è in sé; spesso dimentica le parole nel mezzo del discorso, all'improvviso perde l'orientamento, fatica a ricordare nomi di persone appena conosciute, orari e appuntamenti. Alzheimer precoce, questa è la diagnosi, l'inizio di un doppio calvario, l'inizio della fine di Alice.



    La trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Lisa Genova ha registrato una sola nomination agli Oscar edizione 2015, quella come miglior attrice protagonista. L'opera diretta dalla coppia Wash Westmoreland e Richard Glatzer mostra una Julianne Moore semplicemente perfetta.
    Sì d'accordo, la storia di una donna colpita da una malattia incurabile fa sempre il suo effetto. Ma in questo film c'è tanto altro. Il conivolgimento emotivo è naturale, eppure al di là della tristezza e della pena, il film smuove una serie di stati d'animo molto più profondi. E' davvero difficile non immedesimarsi nel dolore di Alice. Il suo è vero e proprio terrore: dal presentimento covato nel silenzio alla vergogna esplicita confessata al marito e ai figli. Still Alice è un film drammatico assolutamente ben costruito, infatti mi sorprende non sia stato candidato anche per il miglior montaggio. L'angoscia durante la visione, pregna di rassegnazione anziché suspance, è esaltata dalle varie inquadrature sfocate, dai lunghi silenzi, dalle regolari sequenze in soggettiva che vedono Alice monitorare l'avanzamento della sua malattia. I campi-controcampi mancanti sono stati acutamente scelti, come anche la fotografia che segue l'evoluzione della vicenda.
    L'interpretazione della Moore è sublime, non c'è che dire. Tenerissima nella Alice ormai persa, incapace di ricordare le istruzioni per il suicidio premeditato quando era ancora se stessa. Non mi ha convinto Alec Baldwin nel ruolo del marito devoto a metà, incapace di amare incondizionatamente, troppo egoista per affiancare la moglie nel suo percorso. Brava invece Kristen Stewart, diversa, profonda e coinvolgente.
    Personalmente credo non ci siano dubbi nell'assegnare alla Moore il premio, ma gli Oscar riservano sempre delle sorprese...

    Posted on giovedì, febbraio 19, 2015 by Unknown

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    18 febbraio 2015

    Chris Kyle è un ragazzo del Texas, primo genito di una famiglia di quattro persone. E' stato cresciuto a sani principi: rispetto delle istituzioni, dalla chiesa alla famiglia, amore per la patria e senso del dovere.
    Il Chris bambino sembra molto maturo e responsabile per la sua età, caratteristica che scema negli anni per lasciare spazio a quell'imprudenza bramosa d'adrenalina che lo accompagna durante la breve carriera da cowboy.
    La visione in TV di una serie di attentati fa risorgere quell'istinto da "cane da pastore", come lo chiamava suo padre. Decide così di arruolarsi, di mettersi a servizio dei più deboli, degli indifesi e del suo paese.


    Per buona metà del film tutto sembra essere abbastanza piatto, già visto: il giovane Chris fa carriera, diventa presto una leggenda per la sua straordianaria mira e abilità col fucile, salva molti suoi compagni uccidendo bambini e donne ribelli in Iraq. Parallelamente alla storia del militare si sviluppa quella personale che vede un Chris diverso, un padre e marito assente, troppo dedito al bene comune per concentrarsi su una famiglia che in fin dei conti può aspettare.
    A tre quarti del film ancora non è chiaro dove Eastwood voglia andare a parare e non è del tutto un male. Si intravede una sorpresa dietro l'angolo, si capisce che tra poco arriverà un colpo di scena, eppure rimane solo un'intuizione data dallo sguardo che il Chris di Bradley Cooper assume. Cambia in modo tanto graduale quanto profondo. Quest'attesa non fa calare l'attenzione, gli occhi rimangono incollati allo schermo, alla ricerca di un indizio che ci faccia dire "ok, non è solo il solito film sulla guerra e sugli effetti post traumatici da stress".
    Ma non è neanche solo un film di propaganda militare che voglia reclutare nuovi soldati. E' vero, c'è tanta retorica patriottica americana; sì, Clint Eastwood è un repubblicano dichiarato e lo si vede; ed ancora sì, la sindrome dell'eroe nonché difensore d'America, il paese più bello e più buono del mondo è costante e onnipresente. Ma c'è tanto altro ancora, e lo si capisce esclusivamente alla fine, quando il Chris militare in azione passa in secondo piano.
    Mi è piaciuta molto la definizione che ho letto sul the guardian, questo è un film western vecchio stile, inserito in un contesto bellico contemporaneo e tratto dall'autobiografia di un soldato americano. Attenzione, non un eroe militare americano, ma un uomo convinto di servire e difendere i più deboli.



    Posted on mercoledì, febbraio 18, 2015 by Unknown

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    2 febbraio 2015

    Questa settimana ho continuato la preparazione agli Oscar 2015 con Unbroken, il secondo lungometraggio diretto (e prodotto) da Angelina Jolie.


    Premetto che, come per The imitation game, ho deciso di non documentarmi più di tanto, non volevo farmi influenzare da giudizi più o meno autorevoli o dall'immancabile gossip che attorno a una star come la Jolie non manca mai.
    E devo dire che la decisione è stata saggia. Non credo avrei apprezzato il film in egual misura se solo avessi saputo più di quanto concessomi: regista, candidature agli oscar, vaga idea del protagonista. 
    Il film è una bomba emotiva, non so definirlo meglio. 
    Anche qui, come nella pellicola di Tyldum, la storia viene ricostruita lentamente, come un puzzle. I singoli pezzi trovano una continuità narrativa solo grazie a una serie infinita di flashback che tra rissunti marcati e dissolvenze accompagna la visione senza mai interromperla, risultato dovuto anche all'uso di uno spazio dinamico per lo più descrittivo. 
    La storia dell'immigrato italiano Louis Zamperini è struggente, impressionante; impallidisco all'idea di trovarmi nei panni di quei fortunati che l'hanno sentita raccontare dallo stesso Louie. 
    Il soldato americano ne ha viste di tutte i colori da giovane. Era un teppista, geneticamente ribelle, non per cattiveria, ma appunto per natura. Grazie al fratello ha messo la testa a posto, facendo della corsa la sua valvola di sfogo, il canale in cui rigettare ogni impulso, solitamente aggressivo, derivante dalla sua condizione di emarginato. Poi ha avuto anche le sue rivincite e soddisfazioni. Ma a che prezzo? 47 giorni disperso in mare, 2 anni rinchiuso in un campo di prigionia giapponese, centinaia di giorni senza cibo e altrettanti di tortura, percosse e violenze sia fisiche che psicologiche.  
    Eccezionale la prova dell'inglese Jack O’Connell nei panni di Louie: in molte inquadrature l'intensità dello sguardo e la durezza di alcune espressioni hanno ben fatto intendere la tenacia di Zamperini, senza nulla togliere alla sua umanità. 
    Notevole anche l'interpetazione dell'irlandese
    Domhnall Gleeson, penetrante, così cupo e distaccato, neanche mi è venuto in mente fosse lo stesso Gleeson di Harry Potter e i doni della morte. 
    Il migliore però credo sia l'impensabile Takamasa Ishihara, il musicista poliedrico noto col nome d'arte Miyavi. Dotato di un magnetismo quasi irreale, l'artista nippo-coreano ha vestito perfettamente i panni di un tremendo aguzzino, tanto truce quanto insicuro, un uomo inetto e succube, si percepisce, di un padre padrone sempre presente.

    Posted on lunedì, febbraio 02, 2015 by Unknown

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    25 gennaio 2015

    Ho iniziato con Alan Turing la mia preprazione agli Oscar 2015.
    Conoscevo la trama del film a grandi linee e quasi per nulla la storia del protagonista matematico e crittografo inglese che da dietro le quinte ha letteralmente tirato le fila della seconda guerra mondiale. 



    Il film ricostruisce con una serie di flashback i 41 anni di vita di Turing, un uomo introverso, strambo come molti matematici, poco attento e sensibile alle convenzioni sociali e con un grande segreto da custodire. Benedict Cumberbatch, che conoscevo già per il ruolo di Scherlock nell'omonima serie tv, ha vestito i panni di Turing in modo a dir poco superlativo, riuscendo a far percepire la problematica personalità del genio britannico, così come descritta nel romanzo di Andrew Hodge a lui dedicato Alan Turing. Storia di un enigma. 
    Non si tratta di un film storico o di guerra, o almeno non solo. Direi che il regista norvegese Morten Tyldum, con alle spalle nove anni di attività, abbia voluto alzare il tiro con questa pellicola, cercando di creare un film intenso che, attraverso la vera triste storia di un genio, pone davanti a dilemmi morali ed etici, legati alla xenofobia, all'omosessualità, al patriottismo, alla fiducia, tutti attualissimi sulla scena sociopolitica nazionale e internazionale.
    La piacevole visione del film non è dovuta alla trama, già scritta e vissuta, quanto al montaggio, ricco di scene eterogenee, molte silenziose, rallentate da lunghe pause per lasciare voce agli sguardi, molte a camera ferma e pochissime in soggettiva per esasperare tratti della narrazione. Questa nomination agli oscar, una delle 8 accumulate, è per me la più meritata. 
    The imitation game, titolo curioso, anche un pò fuorviante, lascia insindacabilmente il segno nello spettatore più sensibile; è commuovente, delicato e allo stesso tempo potente, anche grazie alla fotografia che alterna toni caldi e freddi, sempre molto scuri, molto saturi, eppure quasi ovattati dietro un filtro grigio fumé tipicamente inglese.
    Vi sorprenderete a ridere e a piangere nel giro di pochi minuti, altalenando tra frustrazione e suspance in attesa di una rivincita postuma per il brillante Alan Turing.

    Posted on domenica, gennaio 25, 2015 by Unknown

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    24 gennaio 2015

    Mason ha 8 anni, vive con la madre Olivia e la sorella Samantha. E' un bambino introverso a cui non piace parlare più del necessario; è ubbidiente, un pizzico birbante, e ha una grande dote: osservare. Stando con la madre ha imparato a comprendere i suoi sguardi e i suoi stati d'animo, soprattutto ha imparato a capire quando un uomo entrerà a far parte della sua vita.



    A 20 anni Mason arriva al college con un bagaglio di esperienze personali che bastano a colmare una vita intera. E' cresciuto con due genitori separati, con una sorella esibizionista e impulsiva, con due patrigni dediti all'alcol, uno zaino sempre pronto per il prossimo trasloco, un padre che ha messo la testa a posto grazie alla nuova famiglia cattolica, una madre che ha raggiunto ogni sua ambizione fino a temere che i suoi successi fossero solo l'inizio della sua fine.
    Boyhood è tutto questo, si potrebbe dire il classico film da venerdì sera, da guardare con tutta la famiglia. Non ci sono colpi di scena, né stranezze che la routine della vita di un adolescente non metta già in conto. La visione scorre rapida, senza cali d'attenzione; il tempo è così fluido eppure ben ricostruito che neanche ci si ferma a riflettere sul come mai il Mason 15enne abbia gli stessi tratti del Mason tenero e timido di sei anni prima. Come mai? Perché Mason è sempre Mason, lo stesso Mason.
    Nel 2002, con il titolo provvisorio The twelve years project lo stesso regista Richard Linklater anticipò la volontà di realizzare un lavoro costruito a passo col tempo, in cui la crescita dei personaggi corrispondesse alla crescita dei loro interpreti nel continuo scorrere degli anni.
    L'impegno che Linklater e lo staff hanno dedicato al progetto è impressionante, una volta l'anno, per ogni anno dal 2002 al 2013, tutti si sono riuniti per girare una piccola parte di Boyhood.
    Ellar Koltrane, per la seconda volta sotto la direzione di Linklater, è stato bravissimo, genuino, convincente e sobrio nell'interpretare se stesso, anzi un suo possibile coetaneo. Molto brava anche Patricia Arquette nel ruolo della madre Olivia, con lo sguardo sempre intenso, le rughe del tempo a supportare i dispiaceri passati e la maturità acqusita come madre, donna e persona. E' stata bravissima a dare la stessa intensità a un'interpretazione frammentata per scelte di realizzazione. Davvero un'ottima prova la sua, come ottimo è il risultato finale: il film in sé non ha intenzioni particolari, forse, se non quella appunto di sperimentare qualcosa di nuovo dal punto di vista della regia e delle tecniche di realizzazione, eppure invita a riflettere sul tempo, su quanto rapidamente scorra, su come le persone cambino nell'agire e nel pensare anche per effetto delle nostre azioni e decisioni.
    Boyhood è un film tenero ed emozionante che mostra ma non interpreta la visione della vita attraverso gli occhi di un bambino, il bambino che noi tutti siamo stati e che ci accompagna silenzioso ogni giorno della nostra vita.

    Posted on sabato, gennaio 24, 2015 by Unknown

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    22 gennaio 2015

    Entro il 22 febbraio mi riprometto di vedere almeno tutti i candidati a miglior film dell'87esima edizione degli Oscar.
    Nel frattempo mi sottometto senza replica alla scomoda programmazione del Kinemax di Gorizia e scrivo le mie impressioni sell'ultimo film che ho visto in una delle sue tre sale, Big Eyes.



    Ho deciso di andare a vederlo quasi solo ed esclusivamente perchè dal treiler non potevo credere si trattasse di un film di Tim Barton. Decisamente troppo luminoso, nessun attore feticcio, non un cenno al surreale o fiabesco, anzi tratto da una storia vera, quella di Margaret Keane (interpretata da Amy Adams), donna ancora in vita.
    Riconosco, ammiro e al contempo impallidisco davanti alle sue gotiche scene distorte di richiamo espressionista, ma in Big Eyes non mi sono mancate.
    La bellezza diafana di Krysten Ritter (Dee-Ann) o di Madeleine Arthur (la figlia teenager Jane), come alcune smorfie di Christoph Waltz (Walter Keane) sono però segni chiari di un Barton che tira le fila di questa vicenda romantica e di rivincita.
    La storia di una donna separata, madre single, alla ricerca di un nuovo inizio nella San Francisco di fine anni '50 è di per sè struggente, e lo diventa ancor di più quando l'irreale perfezione del secondo amore si svela per quello che è, un enorme errore.
    Il plagio subìto sia professionalmente che mentalmente dura diversi anni nei quali Margaret si isola, mentendo agli amici, alla figlia e a se stessa. Tra l'essere ingannatrice e l'essere ingannata sembra quasi lei soffra principalmente la prima condizione.
    Quando scappa alle Haway e rompe la relazione con Walter non è sufficientemente forte da strapparsi al subdolo rapporto lavorativo, definitivamente sciolto tempo dopo grazie a una battaglia legale.
    I 106 minuti scorrono rapidi, non ci sono tempi morti né picchi bassi; i primissimi piani sono stupendi, profondi ed esaustivi anche se la fotografia non eccelle...forse si potevano accentuare saturazioni e luminosità cromatiche di alcune inquadrature (vedi parcheggio nella fabbrica di mobili).
    Direi proprio che è un Tim Barton da non perdere, diverso dal solito ma pur sempre Tim Barton.

    Posted on giovedì, gennaio 22, 2015 by Unknown

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